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In attesa della valutazione ambientale - page 9 / 69

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Habitat20, e le zone di protezione speciale, istituite

20 La direttiva 92/43/CEE  “Habitat”, in GUCE n. L-206 del 22 luglio 1992, così come modificata dalla direttiva 97/62/CE, in GUCE L-305 del 8 novembre 1997, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, ai fini della salvaguardia della biodiversità mediante la conservazione di determinati habitat naturali e delle specie della flora e della fauna, appositamente individuati dalle autorità nazionali e locali degli Stati membri, ha trovato una sua attuazione nel nostro Paese con il D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357, Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE, in GU n. 248 del 23 ottobre 1997, e con il D.M. 3 aprile 2000, in GU n. 95 del 22 aprile 2000, recante un elenco dei siti di importanza comunitaria nel territorio nazionale. Le procedure disciplinate dal regolamento sono intese ad assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat naturali e delle specie di fauna e flora selvatiche di interesse comunitario, pur tenendo in adeguata considerazione le esigenze economiche, sociali e culturali, nonché le particolarità regionali e locali dei siti coinvolti. Si tratta di zone terrestri o acquatiche che si distinguono in base alle loro caratteristiche geografiche, abiotiche e biotiche, interamente naturali o seminaturali; la definizione di un cosiddetto “sito di interesse comunitario”, da sottoporre a speciale protezione, avviene infatti in considerazione degli habitat maturali in esso racchiusi, che, alternativamente: 1) rischiano di scomparire nella loro area di distribuzione naturale; 2) hanno un’area di distribuzione naturale ridotta a seguito della loro regressione o per il fatto che la loro area è intrinsecamente ristretta; 3) costituiscono esempi notevoli di caratteristiche tipiche di una o più delle cinque regioni biogeografiche seguenti: alpina, atlantica, continentale, macaronesica e mediterranea.  Tra essi sono individuati anche alcuni “siti di rilevanza prioritaria”, in quanto gli habitat naturali in essi contenuti rischiano di scomparire; per essi l’Unione Europea prevede un regime di particolare protezione.  

Risulta assai interessante ai nostri fini porre un breve commento a quanto previsto dalla direttiva comunitaria e dal regolamento interno attuativo della medesima, in relazione alla cosiddetta “valutazione di incidenza”.  Si tratta, come si stabilisce nell’art. 5 del D.P.R. n. 357/1997, di una relazione documentata, elaborata e presentata al Ministero dell’Ambiente, nel caso di piani a rilevanza nazionale, o alle regioni o alle province autonome, per individuare e valutare i principali effetti che un piano di carattere territoriale, urbanistico o di settore, o un particolare progetto, possono avere, singolarmente o congiuntamente, su un sito di importanza comunitaria, tenuto conto della valenza naturalistico-ambientale e degli obiettivi di conservazione del medesimo.  I proponenti di progetti riferibili alle tipologie progettuali di cui all’art. 1 del D.P.C.M. n. 377/1988 (e successive modifiche ed integrazioni) ed agli allegati A e B del D.P.R. 12 aprile 1996, nel caso in cui tali progetti si riferiscano ad interventi ai quali non si applica la procedura di V.I.A., presentano la relazione documentata ai fini del rilascio della valutazione di incidenza all’autorità competente allo svolgimento della procedura di V.I.A.  Nei casi in cui invece sia espletata la procedura di verifica (screening) o di V.I.A., prevista dalle legislazioni statali o regionali in materia, la valutazione di incidenza si considera assorbita nelle analisi e nelle valutazioni effettuate in tale sede.  La valutazione di incidenza, o per essa la V.I.A., deve accertare preventivamente che attraverso la realizzazione del progetto proposto non sia in alcun modo pregiudicata l’integrità del sito sottoposto a protezione, in particolare con riferimento alle indicazioni imposte dagli articoli 8 e 9 dello stesso D.P.R. n. 357/1997 in materia di tutela delle specie faunistiche e delle specie vegetali.

L’attuazione pratica della procedura di valutazione di incidenza apre alcune questioni ancora irrisolte; la direttiva, infatti, non fornisce delle indicazioni precise circa la conduzione della valutazione, né ad oggi la Corte di Giustizia della Comunità europea ha avuto ancora modo di pronunciarsi in merito. Nell’aprile 2000, tuttavia, la Commissione europea, considerata la crescente insicurezza degli enti territoriali competenti per tale procedura, ha pubblicato un interessante Manuale per il management dei siti appartenenti a Natura 2000, intitolato “La gestione dei siti della Rete Natura 2000” (se ne suggerisce una consultazione sul sito web dell’Agenzia della protezione dell’ambiente della Provincia Autonoma di Bolzano, www.provincia.bz.it/ambiente.htm ).  A conclusione dello studio di incidenza, come detto, l’autorità esaminatrice competente deve redigere una relazione tecnico-ambientale circa la compatibilità del piano o progetto con gli obiettivi di conservazione del sito, e l’’autorità competente al rilascio dell’approvazione definitiva del piano o del progetto stesso è quindi tenuta ad acquisirne preventivamente i risultati, individuando le più opportune modalità di consultazione del pubblico interessato dalla realizzazione del piano o del progetto medesimo.  Qualora, nonostante le conclusioni negative della valutazione di incidenza sul sito protetto ed in mancanza di soluzioni alternative possibili (la cui ricerca è la prima strada da percorrere), il piano o progetto debba essere realizzato per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico (deve escludersi la deroga alla valutazione di incidenza negativa per qualsiasi interesse privato), in particolare nel caso di motivi di natura sociale ed economica, le amministrazioni competenti adottano ogni misura compensativa necessaria per garantire la coerenza globale della rete «Natura 2000» e ne danno comunicazione al Ministero dell’Ambiente per le finalità connesse alla necessità di redigere un’accurata relazione da trasmettersi alla Commissione europea (ogni 6 anni) in merito alle misure di conservazione adottate ed alla valutazione degli effetti di tali misure sullo stato di conservazione complessiva degli habitat naturali individuati e considerati.  

Nel caso di siti di importanza comunitaria, quindi, la valutazione di incidenza è configurata dal legislatore italiano come un parere obbligatorio ma non vincolante, previa adeguata motivazione. Nel caso, invece, di siti di importanza comunitaria, entro i quali ricadano tipi di habitat naturali e specie  definiti come “prioritari”,  il piano o il progetto di cui sia stata valutata l’incidenza negativa, può essere realizzato soltanto con riferimento ad esigenze connesse con la salute dell’uomo e con la sicurezza pubblica ovvero con esigenze di primaria importanza per l’ambiente stesso, ovvero, infine, previo parere della Commissione Europea, per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico e previa predisposizione di incisive misure di compensazione.  Si deve sottolineare che le cosiddette “misure compensative” debbono essere distinte dalle normali misure volte a contenere il danno o a mitigarne gli effetti negativi, che pure sono comprese.  Con il termine ricordato la Commissione ha inteso indicare ulteriori  misure relative ad un piano o progetto, che vanno oltre la prassi consueta dell’applicazione di opportune prescrizione in materia di tutela della natura; le misure compensative debbono compensare gli effetti negativi con un equivalente naturale di pari pregio, ossia si può prevedere la creazione di nuovi habitat da istituirsi nello stesso sito o in altro.

Accanto alle indicazioni offerte dall’esauriente documento della Commissione europea, ricordato in precedenza, anche il Ministero dell’Ambiente, il 24 luglio 2000, ha emanato una Circolare diretta alle Regioni ed alle Province Autonome per orientarne l’azione applicativa in materia di valutazione di incidenza (consultabile al sito www.minambiente.it alla pagine dedicata al Servizio Conservazione della Natura).  Sia consentito ricordare, inoltre, che ai fini della concreta attivazione delle procedure di valutazione di incidenza dei progetti localizzati nei siti di importanza comunitaria, localizzati nel territorio provinciale trentino, è stata emanata la delibera della Giunta provinciale n. 1018 del 5 maggio 2000 (consultabile in www.provincia.tn.it).  In essa si stabilisce anche uno schema per lo studio di incidenza da presentarsi per la valutazione, suddiviso in tre macro-aree: descrizione dell’intervento previsto, analisi del sito interessato dall’intervento, dichiarazione motivata di non interferenza con le finalità di conservazione del sito.

Per esigenze di completezza, pare infine opportuno citare alcuni ulteriori riferimenti normativi rilevanti per la disciplina ora ricordata; si tratta della direttiva 79/409/CEE, in GUCE L-103 del 25 aprile 1979, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, così come modificata dalla direttiva 97/49/CE, in GUCE L-223 del 13 agosto 1997, attuata in Italia con il D.P.R. 1 dicembre 2000, n. 425, in GU n. 17 del 22 gennaio 2001.  La stessa Corte di Giustizia della Comunità europea ha stabilito in una nota sentenza del 2 agosto 1990, la “Marismas de Santona”, la C-355/90, Commissione/Spagna (in www.europa.eu.int/jurisp) che nelle aree destinate alla protezione degli uccelli, disciplinate dalle direttive ora richiamate, deve applicarsi la valutazione di incidenza secondo i criteri stabiliti dalla direttiva Habitat.  Per consentire un’applicazione integrata delle normative Habitat ed Uccelli, nel 1994 il Servizio Protezione della Natura del Ministero dell’Ambiente, in collaborazione con l’ENEA, l’Unione Zoologica Italiana, la Società Italiana di Ecologia e la Società Italiana di Botanica, ha approvato un interessante programma, tuttora in fase di implementazione, definito “Bioitaly” (per il quale sia consentito rimandare al sito www.minambiente.it).

dalla Giunta provinciale in adempimento degli obblighi previsti dalla legge provinciale n. 24/1991, in materia di protezione della fauna selvatica e disciplina dell’attività venatoria21.

Allo stesso modo, sono sottoposti a procedura di V.I.A. i progetti riguardanti ampliamenti o modifiche ad impianti, opere o interventi esistenti22, qualora da essi derivi complessivamente un’opera od un intervento rientrante nelle tipologie di progetto e nelle relative soglie dimensionali per i quali la normativa provinciale richiede la V.I.A., ovvero nel caso in cui lo richieda l’esito della procedura di verifica.  Al riguardo, tuttavia, la legge provinciale n. 28/1988  aggiunge, con una specificazione da alcuni ritenuta inopportuna e parzialmente contraddittoria23, che non vengano sottoposti alla procedura stessa

21 Si tratta della legge provinciale 9 dicembre 1991, n. 24, in BU 13 dicembre 1991, n. 55.  La legge disciplina le modalità di  tutela del patrimonio faunistico, ed è volta alla conservazione ed al miglioramento della fauna selvatica, in armonia con le risorse ambientali e con le esigenze dell’economia agricola e forestale.  Tratti notevolmente interessanti della presente disciplina riguardano il divieto assoluto di qualsiasi forma di uccellagione e la considerazione di tutto il territorio provinciale come zona faunistica a sé stante, definita come “zona delle Alpi”, in relazione alla consistente presenza della tipica flora e fauna alpina.  La Provincia, avvalendosi delle indicazioni  tecniche dell’osservatorio faunistico provinciale nonché della collaborazione del Museo  tridentino di scienze naturali, di altri enti e istituti pubblici specializzati e delle associazioni  venatorie legalmente riconosciute, è tenuta, ai sensi dell’art. 5 della legge in esame, ad elaborare il cosiddetto “Piano faunistico”; esso individua sul territorio gli areali delle singole specie selvatiche, rileva lo  stato faunistico e vegetazionale esistente, verifica la dinamica delle popolazioni faunistiche e individua gli interventi e le misure volte al miglioramento della fauna, al fine di realizzare  l’equilibrio con l’ambiente, anche attraverso ripopolamenti e prelievi nelle popolazioni medesime e specifiche articolazioni del territorio.  Ai sensi dell’art. 6 della legge provinciale n. 24/1991, le zone di protezione speciali, ricordate nella trattazione in quanto rilevanti per l’attivazione automatica dell’obbligo di procedere ad una V.I.A., consistono essenzialmente in “oasi di protezione destinate al rifugio, alla riproduzione ed alla sosta della fauna  selvatica”, in “zone di ripopolamento e cattura destinate alla riproduzione della selvaggina, al suo irradiamento nelle zone circostanti ed alla cattura della medesima per il ripopolamento” (in esse è vietata ogni forma di caccia), in “zone di protezione lungo le rotte di  migrazione dell’avifauna” ed in “zone di addestramento per i cani”.   Come ricordato nella trattazione, per i progetti localizzati in queste zone, in considerazione del loro rilevante interesse ambientale, la V.I.A. deve ritenersi doverosa, e deve altresì considerare in modo particolarmente attento gli effetti potenziali sulla fauna stessa e sul suo contesto naturale di vita.

22 Anche ove essi siano stati già autorizzati o realizzati o siano in fase di realizzazione.

23 Opinione espressa da DI STEFANO A. M., Le valutazione di impatto nelle più recenti discipline regionali, intervento al Seminario “Dalla V.I.A. alla V.A.S.”, Piacenza, 31 gennaio 2003, Atti pubblicati a cura di TuttoAmbiente, 2003.

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