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Regali a tutti i denari persiani del sole – - page 10 / 13

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il "faro" della cultura armena in Occidente.

L’Ordine Mechitarista fu fondato all’inizio del XVIII secolo da Mekhitar Pietro di Siva.

Padre Mekhitar studiò gli inni dello Sharakan trasmessi dalle varie comunità dell’Armenia e li approfondì all’interno della congregazione che aveva fondato. Egli stesso insegnò ai suoi discepoli il canto tradizionale armeno nelle sue più autentiche forme.32

La musica sacra armena, con la musica popolare tradizionale e quella professionale, ha sempre svolto un importante ruolo all’interno dell’ethos armeno. Per millenni la sua musica ne ha riflettuto e rinforzato la vita spirituale della nazione, la bellezza della sua terra e la sua difficile ma eroica storia.33

È possibile ritenere che la coincidenza di vari fattori nella storia armena (la lingua, l’alfabeto e la religione) abbia rinforzato il concetto e il senso di identità all’interno delle funzioni svolte dalla musica.34

Nel canto armeno poesia e musica sono al servizio del culto e della fede; motivo che può spiegare perché il canto e la musica sacra armena siano di forte ed immediato impatto sulla sensibilità popolare, senza prescindere naturalmente dalle ragioni culturali enucleate nelle pagine precedenti, ma che forse risolve il compito contenuto nell’accezione più vera di ‘liturgia’. Abbiamo visto come l’identità del popolo armeno sia strettamente connessa con la fede cristiana e come la musica religiosa si intrecci, nel corso della propria evoluzione, a quella popolare; ne sono testimonianza i canti a soggetto religioso che nel loro modo esecutivo esprimevano sentimenti umani più che ascetici. Ne nasce l’idea di una chiesa ‘tra gli uomini’,  vicina e al servizio del popolo e di un canto in cui ritrovare non solo radici etniche ma anche memoria, coraggio, fiducia e condivisione; un canto in cui specchiarsi e riconoscersi in una unità sovrapersonale, nazionale, trascendente ed immanente.35

Un canto le cui radici affondano nella poesia religiosa medioevale e in testi poetici emananti l’essenza che solo la musica, quale elemento pervasivo, e nella fattispecie la voce umana, può propagare. La voce umana è la più naturale espressione umana e il primo e più universale strumento di produzione musicale. “Sia che si tratti di poesia cantata (in cui la parola viene sia fisicamente che simbolicamente potenziata) o di puro vocalizzi, lo strumento vocale ha una sua precisa consistenza sonora di cui, dall’esterno, si possono descrivere e analizzare i parametri acustici, e che, all’interno delle diverse culture musicali, si concretizza in stili differenti e si carica di valori simbolici”.36

Ed ancora: l’intreccio della poesia, nei testi religiosi, con lo strumento del canto determina lo spessore, la profondità e la portata simbolica di una cultura tramandata nei secoli attraverso l’oralità; una cultura mantenuta il più possibile integra, nonostante le sanguinose vicissitudini, in una tensione di autenticità e in continuo contatto con quelle origini che forse Osip Mandel’štam aveva colto nella produzione poetica sull’Armenia e che l’Armenia aveva stimolato.

32 Secondo Gianmaria Malacrida “[…] Mentre la storiografia cattolica ha conosciuto un adeguato sviluppo in tutti i suoi aspetti, quella orientale ha invece solo sfiorato il dominio musicale. Dimenticato persino dagli studiosi specializzati, oggi langue in uno stato di oblio quasi totale: anche solo la proposta di un gruppo di studio sulle tradizioni orientali non ha trovato sufficienti adesioni all’interno della Società Internazionale di Studi Liturgici. L’applicazione dei canoni del Concilio Vaticano II, infine, ha avuto un effetto devastante sulle culture autoctone. Basti pensare, per esempio, alla traduzione in arabo di Dio che, nelle liturgie locali, è tradotto come Allah. I motivi di tali incongruenze sono da imputare ad una serie di molteplici fattori. Essi però si concretizzano in due ordini di problematiche, indissolubilmente legate alla matrice generativa di queste culture: le difficoltà, anche socio-politiche, insite in questi argomenti, e la persistenza dell’oralità, sono i due filoni entro cui elaborare criteri di analisi. In una situazione in cui non sussistono documenti cartacei, i materiali sonori sono stati infatti affrontati dalla musicologia e dalla etnomusicologia con risultati non compatibili: i rilievi dell’una sono stati sostanzialmente ignorati dall’altra e viceversa.” Gianmaria Paolo Francesco Malacrida, Il canto liturgico delle Chiese Cristiane Orientali: problemi di metodologia della ricerca, , Terzo colloquio di musicologia del “Saggiatore musicale”, Bologna, 19-21 novembre 1999.

33 The Garland Encyclopedia of World Music, vol. 6, The Middle East, Routledge, N.Y. and London, 2002, p.723.

34 Giannattasio F., op. cit., p. 212.

35 “La memoria è esperienza, se non ricordi non hai esperienza. Se ricordi, allora hai esperienza. Il nostro spirito non appartiene solo al nostro corpo ma è la continuazione di un percorso, di una radice” Così narra Arto Tunçboyaciyan, creatore dell’‘avantgarde-folk’ (da lui definito) e musicista dell’Armenian Navy Band, gruppo musicale che si  impegna nella rielaborazione del patrimonio tradizionale dell’area musicale caucasica. Forse questa affermazione, nell’ambito della tradizione musicale popolare, contribuisce ad esprimere il senso di appartenenza alla cultura e di aggregazione di cui la musica si fa portatrice in questa area del mondo.

La memoria armena, intervista ad Arto Tunçboyaciyan, World Music, EDT, Anno X, n. 44, settembre 2000.

36 Giannattasio F, op. cit., p. 93.

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