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Regali a tutti i denari persiani del sole – - page 8 / 13

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Apostoli. 

I modelli melodici dello sharakan possiedono una propria struttura sviluppata, ma sono subordinati ai testi e sono adattati secondo la prosodia delle parole. Secondo l’occasione, possono essere cantati in varianti rapide, medie o lente, su cui la melodia è nuovamente adattata.

Il tagh e il meghedi, che non sono più generi chiaramente distinti, si sono sviluppati attorno al X e XI secolo. La loro ornamentazione ricca e le lunghe frasi possono avere influenzato alcuni canti sharakan lenti.

La questione della notazione ecfonetica richiede qui una puntualizzazione: la notazione khaz inventata nell’VIII secolo, che rappresentò un importante momento nella teoria musicale e nell’elaborazione dei principi e delle strutture della liturgia, si adattò all’evoluzione dei modelli melodici e alle nuove forme del canto. La più importante riforma della notazione e della trascrizione del Libro dello Sharakan fu intrapresa da Grigor nel XII secolo.  Ma anche se altamente elaborata, la notazione khaz rimase soltanto un complesso di indicazioni valido all’interno del contesto di una tradizione vitale e trasmessa oralmente. Questo sistema fu usato per secoli, entrando a far parte di migliaia di manoscritti, ma la chiave per decifrarlo fu perduta. Nel XVI secolo l’insegnamento di questa notazione cominciò a sparire e la trasmissione del canto liturgico dipese dai metodi orali. Arriviamo quindi a Limodjian, nel XIX secolo, che inventò la ‘notazione ecclesiastica’, un sistema moderno con caratteristiche diastematiche, che comprendeva la trascrizioni del repertorio canonico dei canti liturgici in diverse varianti. Le melodie elaborate di numerosi canti furono dimenticate e la distruzione dei monasteri nel genocidio del 1915 contribuì alla perdita di numerosi repertori.

Fino alla fine del XIX secolo la musica ecclesiastica armena conservò il suo carattere monodico. Fra gli arrangiamenti polifonici della liturgia si ricorda quello operato da Yekmalian, citato nelle precedenti pagine, poiché fu il più largamente diffuso. Si ricordano inoltre una versione polifonica di Komitas, che fu pubblicata nel 1933 a Parigi, e il suo contributo al tentativo di decifrazione della notazione khaz.

Ma con la partecipazione dei cori polifonici e con l’impiego pure dell’organo durante la celebrazione della liturgia, presero piede delle evidenti trasformazioni nell’esecuzione tradizionale dei canti liturgici. Scrive infatti Kerovpyan che: «Durante la seconda metà del XX secolo, l’uso del canto tradizionale liturgico inizia a declinare, così come la conoscenza e l’insegnamento dell’oktoehos armeno, che forma sempre la base musicale degli offici. La pratica è mantenuta viva all’interno delle scuole di canto di cantori ordinati. Anche se la notazione musicale è utilizzata, l’apprendistato dei cantori si basa essenzialmente sulla trasmissione orale.»24

Sistema modale e stile25

Poiché nessun trattato musicale armeno medioevale è giunto sino a noi, le informazioni sulla teoria del canto vanno cercate nel repertorio stesso, soprattutto nei canti dello sharakan. I canti sono organizzati nel sistema degli otto modi. Nell’antica teoria della musica armena il concetto di modo era parte di un concetto più largo di dzayn (voce), che quando veniva usato nella musica religiosa implicava specifici modelli musicali e evoluzioni della cantilena da connettere ai vari modi. I modi26 sono tutti sistemi indipendenti con un carattere semantico definito, ed ognuno di essi è peculiare ad una particolare gamma di espressione emotiva. L’oktoechos27 armeno è formalmente diviso in quattro modi chiamati dzayn (voce; equivalente al bizantino echos) e quattro definiti koghm (lato; equivalente al bizantino

24 Kerovpyan A., extraits de l'article Arménie, In: The New Grove Dictionnary of Music and Musicians, Ed. Stanley Sadie, Londres, 2000 (traduction de l'anglais par R. Thomas).

26 L’origine dei modi è nel complesso delle formule di recitazione dei salmi.

27 Termine bizantino che individua il sistema degli otto modi ecclesiastici nei repertori medioevali latini, bizantini, slavi, siri, armeni e georgiani del canto liturgico cristiano. È connesso con un ciclo liturgico di otto settimane, ognuna ascritta a un modo.

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