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vista della città, aveva dato l’ordine ad una nave, la più piccola e veloce, di staccarsi dal resto della flotta, e prendere un’altra rotta, verso le coste a nord della città. La nave, ricolma di abili incursori,  scaricò il suo equipaggio indisturbata, mentre la guarnigione della città era pronta a fronteggiare un ipotetico attacco proveniente dal porto. Fu un massacro. Gli incursori penetrarono in città con il calare delle tenebre, riuscendo ad avere ragione delle scarse sentinelle e subito si diressero verso il palazzo che fu del Vicerè vernentiano, e che ora ospitava il neo-eletto governatore. La mattina successiva, Augusto fece recapitare la testa del governatore all’ammiraglia della flotta Asa, che non appena vide la macabra consegna, decise saggiamente di levare l’ancora, capendo che ormai la battaglia era perduta, e la città con essa.

IL 7° giorno del III mese di Kin, Augusto fu nuovamente pronto a ripartire verso la prossima colonia insorta, Sinope. Il viaggio, che avrebbe dovuto durare parecchi giorni, si rivelò molto più veloce del previsto, come se Augusto avesse la benevolenza di qualche divinità. I più maliziosi non avevano dubbi sul fatto che Augusto, si fosse offerto per qualche strano rituale sacro alla Dea Atachel.

Varie voci stavano iniziando a diffondersi su questo giovane e intraprendente comandante, che stava collezionando vittorie su vittorie, anche contro ogni pronostico. Il 12° giorno del III mese di Kin, la città di Sinope era in vista. Questa volta ad attendere Augusto vi era un’intera squadra navale al completo, e un’intera guarnigione al servizio dell’Imperatore. Il trucco usato a Smirne non avrebbe funzionato. La situazione parve da subito disperata, e uno scontro frontale non poteva assolutamente essere affrontato. Forse la vittoria sarebbe stata possibile, ma al prezzo di enormi sacrifici, e altre colonie dovevano essere riportate sotto l’egida vernentiana. Fu così che Augusto decise di ordinare la ritirata alla sua flotta, confidando che un tale dispiegamento di forze difficilmente lo avrebbe accolto alla prossima città, Trebisonda, la colonia più orientale vernentiana.

Il 16° giorno del III mese di Kin arrivò a Trebisonda, dove i ribelli insorti non ci misero molto a capitolare davanti alla netta superiorità tattica vernentiana. Augusto diede ordine, come monito per il futuro, che tutti i ribelli catturati, fossero radunato nella piazza principale e fossero divisi in due gruppi. Fece poi preparare un grosso fuoco e portare dei grossi calderoni nel centro della piazza. Gli sventurati ribelli non capirono sino alla fine quello che vi era in serbo per loro. Augusto disse loro di scegliere, chi sarebbe dovuto morire arso vivo negli enormi pentoloni, e chi avrebbe dovuto poi mangiare quello che ne restava. I più non riuscirono a sopportare tale scelta, e decisero di venire passati per le armi seduta stante. A fine giornata il bilancio fu di trecento morti, ma solo duecento morirono per mano vernentiana.

Il 1° giorno del I mese di Chel, Augusto fu pronto a ripartire per tornare a Vernentia da vincitore.

Intanto a Vernentia una grave sciagura aveva colpito la città, il ritrovamento del corpo senza vita di Alfredo Paraffini, uno dei dogi della città. Furono subito indette cerimonie funebri sontuose, e per due giorni furono sospese le attività commerciali.

Quando Augusto tornò in patria, la notizia delle sue vittorie già era arrivata al Consiglio della città, che non ebbe dubbi nel nominarlo nuovo doge. Il 2° giorno del II mese di Chel, Augusto divenne terzo doge, e subito fu chiaro che avrebbe preso i comando della flotta e dell’esercito vernentiano. Sempre più spesso, Augusto fu visto in compagnia di una bellissima donna, che sembrava seguirlo come un ombra.

La politica ethulica comunque, dopo un momento di assestamento, riprese a muovere i suoi ingranaggi. Per alcuni mesi, Vernentia si occupò di rinforzare i suoi domini, i suoi porti e stabilire nuove rotte commerciali. Pisaurum era saldamente stretta nelle capaci mani di Lord Villaspada, e gli Asa sembravano non voler intraprendere nulla di ostile contro le colonie. Il segno che presto questa calma sarebbe stata interrotta venne da Gradara, dove da alcuni mesi, un esponente della nobile famiglia dei Gondolieri, fungeva da emissario ufficiale. A quanto pare, il Gondolieri rischiava un processo con l’accusa d aver attaccato il capitano della guardia di Gradara, Malice d’Almaviva, e per aver intrattenuto rapporti con i drow. Il processo fu condotto sotto l’arbitrato di Lord Antonio Villaspada,  ma purtroppo a nulla servì la diplomazia e l’amicizia che legava i due Regni. I tre giudici nominati da Aureliano appositamente per l’occasione, dichiararono

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