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dalle paludi, dai pozzi di fango, dalle chiome di mangrovie. Ci hanno tirato addosso questi affari fatti di metalli, osso, legno pesante. Ci sono saltati addosso, senza strategia. Hanno ammazzato il povero Gemmez, se lo sono portato via. E noi ne abbiamo massacrati un bel po’, davvero, almeno dieci, forse quindici. Guarda che schifo. Pelle grigia e marrone, sembra siano marci. e quegli occhietti bastardi, si vede che sono nati per fare del male. Comunque, quando si sono accorti che poi non eravamo così molli, sono scappati nel nulla. E poi basta. Ma io nel sud magiaro non ci metto più piede. Col cavolo.”

Martino Levi, mercante vernetiano.

“Era un maledetto genio questo, capitano. Ha fatto tergiversare le sue truppe di merda, esseri straccioni, fino a quando i cavalieri di Ser Roderick, quei pazzi, non sono andati a cacciarli nella foresta, gridando come cani. Abbiamo trovato le loro teste solo ora. Comunque, non ho mai visto un demone simile. Era alto come un uomo del nord, ma magro, molto più magro. Ed il naso lungo, le orecchie appuntite, la faccia arcigna e tagliente, come se fosse roccia intagliata da un ubriaco. E gli occhi neri, di ossidiana, come palude fatta secca. Quel cane si è studiato un piano perfetto, ha letto nella testa di Roderick, ha capito che era un idiota privo di disciplina. Si è fatto inseguire per giorni, fra le colonne di basalto, i prati grigi, i laghi. Ce ne ha fatti assaggiare alcuni della sua specie, stupidi sacrifici per vincere la corsa. E poi ci ha aspettato qua, nel suo territorio. Non dimenticherò quel ghigno maledetto, appena noi della fanteria ci siamo accorti di dove c’eravamo cacciati. Ha leccato la punta del suo giavellotto pesante (un’insieme vigliacco di punte ricurve), ed è scappato, ridendo. Quel lupo dell’inferno è lo spirito della terra, e noi siamo le sue prede.”

Ser Barkentor Marjack, capitano di fanteria.

“Vedi, figlio mio, non sono come gli uomini, o come le altre razze più o meno civili. Funzionano diversamente. Il loro sangue li discrimina, così che la massa è composta da decerebrati codardi, mentre i loro comandanti sono astuti, e dotati di uno strano coraggio. Se vedi un capoguerra gobelin scappare, è solo perché vuole ucciderne un po’ di più dei tuoi. E’ per questo che preferiscono armi leggere, che causano ferite dolorose, ed armature composite. Si muovono veloci nel loro ambiente, il fango. Scalano alberi, strisciano sulla terra. Ed attaccano sempre in vantaggio.La loro minaccia è nuova per noi. Sono scesi giù dalle montagne da poco, infliltratisi tra le rocche naniche a nord, ed il mare a sud. Sono calati in Ethulia, stabiliti ad est, vicino alla foce del fiume Libero. Forse sono scappati dagli orchi, mentre questi premevano ad ovest, contro il Reich. Non scorre buon sangue fra le due razze. Ed eccoli qui, a razziare i villaggi, assaltare le carovane, distruggere i campi. Dobbiamo fermarli prima che sia troppo tardi.

Le notizie corrono veloci fra di loro. Amano scrivere e disegnare, e spesso lasciano i loro segni nell’ambiente: alberi intagliati, rocce decorate in maniera blasfema ed incomprensibile. Tatuano i loro corpi, come tributo agli spiriti, ed amano gli eccessi.Per fortuna, sono divisi fra di loro. Ogni stirpe vuole la gloria. La bramano, la cercano con ogni mezzo. Sono disposti a mandare al macello le loro comunità, pur di passare alla storia tra la loro gente. Non scendono a compromessi. Sono religiosi, e molto, ma è difficile capire bene cosa venerino. Sembra comunque che il culto della nera signora sia comune fra di loro, in tutti i suoi aspetti. Alcuni amano la dea della notte, e si muovono solo con le tenebre; altri adorano Mnemosine, la guardiana dei sogni, ed in suo onore coltivano giardini di piante mai viste prima, ne fanno uso dei loro brutali ed oscuri riti. Ma questo non è il peggio. Fra alcune famiglie si è diffuso un rito delirante, sconosciuto. Predicano la fine del mondo come ora lo conosciamo. Rovinano posti di guardia, villaggi, torri solitarie, per il solo gusto di farlo, quasi sorretti dal desiderio di porre fine a tutto ciò che è civile.”

Arestano Ferrario, nobile di Mediolanum

Alberto Ridolfi

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g)Artigli neri

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