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contare su un aiuto esterno. Porta Ombrosa, appena ricostruita, giace chiusa da pesanti sbarre, sorvegliata da un picchetto di due Falchi d’Acciaio. Dopo un rapido saluto, mostrò ai due il mio lasciapassare. Far parte della Chimera, quella vera, ha i suoi vantaggi. Al di fuori delle mura nulla si muove, tutto tace, tutto è oscurità. Nemmeno la Luna potrà rischiarare questa nottata. Per qualche minuto mi lascio cullare dall’avvolgente manto della notte, dal suo tepore caldo e rassicurante, dal suo silenzio assordante che annulla ogni altra percezione. Devo purtroppo continuare ad avanzare verso l’esterno della cittadina, e rimandare il mio rapimento estatico ad un altro momento. Giunto in prossimità della strada che conduce ad Urbino, un carro con due membri della Chimera mi attende. I due si inchinano e mi affidano un involto, con nuovi vestiti e provviste sufficienti per il viaggio sino ad Urbino. Fatto ciò, strisciano silenziosi verso la città. Saranno i nostri occhi e le nostre orecchie, fino al nostro ritorno. Arrivato ad Urbino, dovremo pianificare attentamente come agire. I nostri metodi sono differenti, così come i nostri mezzi, ma a quanto pare i nostri scopi coincidono. Devo ringraziare la Madre che ha reso possibile il nostro incontro. Mi giro a guardare le mura della città prima che scompaiano tra le colline. Dovranno passare alcuni mesi prima che possa nuovamente calcare le sue strade. Ma saprò attendere ed osservare. Solo il tempo potrà dire se il Concilio ridarà splendore al Regno, ma se così non sarà, saremo pronti ad intervenire. Arrivederci Gradara, al nostro prossimo incontro…

Nicolò Rossi

“Ci sono quasi”, pensò Comenius, mentre arrancava, appoggiandosi al muro, un'ombra strisciante sperduta nella nebbia. La roncola appesa alla sua cintura dondolava, picchiettando il metallo gelido sulla sua gamba malferma ad ogni passo. All'imbrunire la bruma era salita in pigre spirali fluttuanti, coprendo la volta celeste punteggiata di stelle. Un lupo in lontananza, ululò il suo dispiacere per la mancanza della luna. Anche senza alzare la testa, Comenius lo sapeva.

Erano anni che ad ogni ciclo di luna svolgeva quel compito. Il compito che gli permetteva di restare vivo, sempre se vita si poteva chiamare quell'esistenza, imprigionato in quel corpo distrutto e decadente.

Rumore di passi si avvicinavano a lui. Comenius si strinse nel suo mantello logoro, accucciandosi in una fenditura del muro. La guardia gli passò accanto, scatarrando e maledicendo il freddo. Quando i passi si persero in lontananza Comenius tornò a respirare. Non poteva rischiare di farsi scoprire proprio ora, perciò mormorò qualche parola sommessa, rendendosi invisibile, e continuò il suo camminato strascicato. Anche con la nebbia e il freddo, aveva un caldo infernale

Arrivò al cancello: era aperto, come gli era stato detto. Aveva dovuto pagare una discreta somma di denaro per ottenere quel favore, fortunatamente non avrebbe avuto ragione di rammaricarsene. Raggiunse il campo con l'affanno, e decise di riposarsi vicino ad un albero, giusto il tempo di riprendere fiato. Respirò l'aria umida, insieme all'aroma di decomposizione che saliva dal terreno bagnato. L'invisibilità magica si disciolse. Non se ne preoccupò; a quell'ora, in quel posto, non c'era mai nessuno. Era solo, a parte i morti, ma quelli non erano mai sembrati disturbati dalla sua presenza. Osservò, scrutò, come era solito fare, in cerca di una buca fresca... Le lapidi erano disposte in file regolari, alcune con delle croci, altre con dei mazzi di fiori appoggiati semplicemente sull'erba.  Il cimitero si era popolato, nell'ultimo periodo, pensò sardonicamente. La faccenda del Lupo Bianco, dei Drow, e della guerra in generale aveva fatto una vera strage tra i cittadini, le tumulazioni non erano ancora cessate, ogni giorno c'erano almeno tre funerali.

Quindi a lui andava molto bene, da quel punto di vista. Nessuno si sarebbe mai accorto della mancanza di uno o due pezzi. La sua vita era al sicuro, almeno per un po'.

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