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nebbia. Sempre che questa sia veramente nebbia. Mille sono i motivi che mi portano a credere che potrebbe non esserlo, e non uno solo di questi motivi ho il coraggio di scrivere su queste pagine. Troppo il terrore che ha accompagnato la mia mente sulla strada di tali pensieri, e troppo il timore di ritrovare quell’orribile compagno di viaggio. Francesco aveva detto che il tempo atmosferico non sarebbe stato un problema….Francesco si era sbagliato, e come su quella, su tante altre cose….Non voglio uscire da questa tenda domattina…Sono stanco di uscire e scoprire che siamo sempre meno. Oggi se n’è andato il cartografo. E con lui l’ultima speranza di tornare a casa. Abbiamo seguito le sue orme per un po’, fuori dall’accampamento. Non lo avevamo mai fatto per gli altri. Per nessuno degli altri eravamo usciti fuori dai confini immaginari che l’insieme di tende e guardie avevano creato….del resto nessuno vuole entrare in quella cosa che sembra nebbia. Il cartografo però ci serve. Senza di lui possiamo anche rassegnarci a soccombere. A chi per il cedimento fisico, a chi per la mente che si infrange…quella che sembra nebbia calerà prima o poi la sua falce lattiginosa su tutti noi. Abbiamo seguito le orme del cartografo. E una strana riga che seguiva le orme al suo fianco, come una spada che striscia, ma troppo lontana per essere una spada. Abbiamo proseguito per un po’. L’accampamento lo abbiamo subito perso di vista. Per Alan sarebbe stata l’ultima volta. Siamo entrati nel profondo di quella che sembra nebbia. Mi dissero che tremavo. Beati loro che si trastullavano nell’ignoranza di cosa fosse Lei. Camminammo per ore. Finalmente la vedemmo. la bianca stele. Enorme come la mia paura e splendida come l’ideale che ci ha condotto a questa follia.

Le tracce scomparivano davanti alla stele. Entrambe le tracce. In 14 eravamo partiti quella mattina. 11 eravamo arrivati alla stele. Dove erano gli altri? Nessuno aveva una risposta, tranne me, io sapevo. Così come sapevo che dirlo a tutti avrebbe significato perdere ogni speranza di ritornare a casa . Facemmo l’unica cosa che c’era da fare. Leggemmo le iscrizioni a base della stele. Avevano qualcosa di familiare, per quanto io non avessi mai letto quelle parole. Non notai subito l’orrore di quelle scritte, in quanto ero concentrato a tentare di capire che tipo di scrittura fosse quella. Mai avevo visto caratteri simili, ma sicuramente la stele era antica, eretta da un popolo di innominabile antichità e di grande potere….forse proprio da Loro. Fu solo dopo una mezz’ora a tentare di capire quegli assurdi caratteri che il mi cuore perse un colpo...No, non potevo sbagliarmi. Lo conoscevo da troppo tempo per potermi sbagliare. Quella, era la calligrafia di Francesco. Ordinai di tornare indietro, perché per troppo tempo eravamo da soli in quella che sembra nebbia. Seguimmo le orme a ritroso. Ore eravamo stati via, eppure non era nemmeno mezzodì quando tornammo all’accampamento. Quattordici eravamo partiti, e otto tornarono. Gli altri forse volevano restare con Lei, con quella cosa che sembra nebbia. E’ notte ora, e dato che ci sono, proverò a riportare i caratteri che lessi sulla stele. La mia memoria non mi ha mai ingannato, dovrei riuscire a riportarli pari pari. Ma ho paura a scriverli…perché più scrivo più mi accorgo che la mia calligrafia…..ha qualcosa che non va….qualcosa di estraneo e familiare allo stesso tempo…. Passi, fuori dalla mia tenda. E’ il tenente. Ecco, ora so già che è lui che non ritroveremo domattina….se ne va verso le stele. Mi chiedo solo quando quella cosa che non è nebbia, chiamerà anche me.”

Dal diario di Francesco De Angei

Matteo Miggiano

Indice analitico

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