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i sette vizi capitali, naturalmente  nudi. E proprio quei ritratti gli fecero guadagnare i primi milioni della sua vita.

Come fu? Fu che Tanino Gentile, gallerista prima fallito, poi risorto - in tutto un metro e cinquantacinque d’altezza, tutto pepe e poco sale - lo invitò ad esporre le sue opere presso il “Grande Salone di Bellezza”, un capannone ex autocarrozzeria, ristrutturato da un famoso architetto, per conto di un noto stilista dell’acconciatura, un Parrucchiere delle Dive.

Diceva costui che, visto che l’Arte lo aveva fatto diventare ricco e famoso, per un debito di riconoscenza, adesso lui voleva aiutare a diffondere l’Arte, in tutte le sue forme. Infatti nel grande Salone, tra specchiere e poltroncine da lavoro, sparse sapientemente in tutto il locale, egli aveva fatto costruire un palchetto per le rappresentazioni e le esibizioni d'attori e di musicisti; vi aveva fatto installare le luci adatte;  e aveva anche fatto predisporre le pareti perimetrali come se fossero quelle di una Galleria d’Arte. E, manco a dirlo, fu proprio il nostro Tanino Gentile a doversi occupare dell’allestimento della prima Mostra di pittura.

E Tanino pensò a Gigi; e Gigi, dopo un’iniziale rifiuto, e dopo vari “ni”, alla fine, come al solito suo, capitolò e portò per l’esposizione le sue ultime opere: i nudi di donna che rappresentavano i sette vizi. Che andarono a ruba, soprattutto fra le ricche clienti del Salone. E chissà perché, la prima che si vendette fu la Lussuria, mentre l’ultima fu l’Avarizia.

Tanino e Gigi, si conoscevano già da tempo, almeno di nome; ma fecero conoscenza personalmente solamente agli inizi degli anni novanta, a Taormina, in occasione dell’inaugurazione di un locale notturno. Gigi vi era andato al seguito di un suo amico Gino Sapuppo, noto regista teatrale ( pacifista pure lui, col quale si era offerto, volontariamente, di fare da scudo umano alle bombe contro Saddam Hussein. Ma il progetto, non si sa bene se per fortuna o sfortuna dei pacifisti nostrani, non andò in porto ), il quale, per l’occasione, aveva organizzato un recital di monologhi declamati da famosi attori di prosa; mentre Tanino, all’apice della sua carriera di Gallerista – infatti aveva aperto di recente una Galleria d’Arte in un vero sotterraneo del centro storico, con annesso Club per collezionisti, American Bar e ristorante, da usufruirsi su strettissima e anticipata prenotazione per una limitata e scelta clientela ( una sciccheria per la città).-  si trovava lì, si, da invitato, ma anche per esaminare la possibilità di aprire una succursale della sua nota Galleria nei piani superiori del locale.

Fra i due, manco a dirlo, si stabilì subito un rapporto di simpatia e d'amicizia, e Tanino invitò Gigi ad allestire una Personale, nella sua Galleria, che lui avrebbe particolarmente curato, reclamizzato e trattato. Gigi, nicchiò, si fece pregare, dissi un paio di vedremo, e alla fine accettò. Ma, purtroppo, tanto lavoro, tanto impegno, tante spese, cui si sottopose il nostro pittore, andarono perduti: Tanino Gentile ebbe la sfrontatezza, pochi giorni prima dell’inaugurazione, di farsi sfrattare dai locali per morosità.

E Gigi lo maledisse.

Gigi, in quel tempo, abitava in via del Canalicchio, in un vecchio stabile formato da tre appartamentini, due a piano terreno e uno al primo piano; quest’ultimo era dotato di una grandissima terrazza. Gigi, anzi suo padre, don Alfio Maimone, vedovo e pensionato delle ferrovia Circumetnea, aveva affittato quello al primo piano, proprio per la terrazza, che era l’ambiente migliore di tutto l’alloggio. Infatti, era panoramicissima – si poteva vedere, a Nord, l’Etna e il suo spettacolo sempre diverso, a seconda delle stagioni, dei giorni e delle condizioni atmosferiche e meteorologiche; e a Sud buona parte della città, una fetta di mare blu, tutto il magnifico golfo e la fumosa piana, aeroporto compreso.

La terrazza  era  molta ampia e don Alfio, con gli anni, l’aveva riempita di piante e di piccoli alberelli in vasi, surrogando, così, la tanto sospirata, e mai avuta, casa di campagna.

Gigi viveva col vecchio genitore, anzi alle spalle del vecchio genitore, e si era scelta la camera più luminosa dell’appartamento, quella che dava proprio sulla terrazza ( scelta più volte contestata al figlio da don Alfio, il quale ne rivendicava il diritto di precedenza, in quanto giardiniere e nume

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