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Ma sono Sebastiano Longo, classe 1950, secondo scaglione, aeroporto Fontanarossa, 1971.- ed elencò diligentemente tanti altri dettagli per farsi identificare. - Ti ricordi?-

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Francamente no. Scusami.-

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Ma come no? Aspetta, aspetta, ti rinfresco meglio la memoria: giugno 1971, di notte, il capostecca ordina alle reclute di fare il cuccù sulle plance; ma quel fetentone non si accontentava mai e arrivò a chiedere ad una recluta di baciare la…sua stecca. Allora tu ti alzasti dalla tua branda, ti avvicinasti a lui, gli dicesti qualcosa all’orecchio e quello desistette dalle pretese e non si fece più vedere. Ora rammenti? Ero io quella recluta, nuda, sulla plancia a fare cucù.-

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Ora ricordo! Seby Longo, il raccomandato.-

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Già. Evviva ti sei ricordato. Ma dimmi, cosa dicesti quella notte famosa, all’orecchio di quello sporcaccione?-

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Dissi: piantala frocio!-

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Davvero? E lo era?-

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No, mah, chissà, forse. Comunque, a parte i muscoli che gonfiai per l’occasione e che gli misi sotto il naso, deciso ad usarli! Per il resto tirai ad indovinare: qualcosa del suo modo di fare mi aveva un po’ insospettito. E forse ci azzeccai, almeno visto i risultati…-

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Tu eri forte fisicamente e troppo forte come personalità. Mi ricordo sempre di quella volta, quando ti rifiutasti di imbracciare il moschetto perché ti dichiarasti pacifista. Restarono tutti a bocca aperta, compreso io. Non era mai accaduto un fatto simile in una caserma.-

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Fu un brutto momento. Poteva costarmi la corte marziale. Poi per fortuna, un ufficiale illuminato trovò la soluzione.-

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Già, ricordo, ti assegnò all’ufficio del Cappellano, assistenza spirituale, e tolse le castagne dal fuoco.-

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E mi mise nei guai. – disse Gigi che rideva ripensando ai fatti - Ma lo sai o no, che per otto mesi fui costretto a fare da insegnante di pittura a quel brav’uomo del cappellano?-

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Eccome se non ricordo: ti vedevo, in quella stanza della sacrestia adibita a laboratorio di pittura, mentre tentavi di spiegargli l’accoppiamento dei colori, la prospettiva, lo sfumato… Che pazienza che ti ritrovavi.-

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E lo sai qual era il colmo: quello era daltonico!-

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Davvero?-

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Giuro! – poi Gigi stesa la mano a Jano che gliela strinse - Comunque è un piacere averti ritrovato. Ciao -

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Anche per me.  Ciao. Ah, allora, per i quadri sta tranquillo,  quando sarai comodo te li manderò direttamente a casa. Va bene?-

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Andrebbe bene, sennonchè…-

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Sennonché?-

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Sennonchè da domani sarò senza un tetto. Morto mio padre, finita la pensioncina, sono stato sfrattato di casa per morosità! Abbi pazienza Jano, forse li dovrai fare avere direttamente a Saturnino.-

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Non ho difficoltà. Adesso ti faccio prendere il tuo quadro, dimmi qual è.-

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Meglio che venga io, sarà più semplice.-

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Andiamo di là.- disse il notaio accompagnando Gigi in un grande salone dove c’erano risposti vari oggetti – i più disparati – ma tutti di valore, e dove appoggiati ad una parete, a gruppi, c’erano i quadri del medico.- Qual è?-

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Quello.- e Gigi glielo indicò.

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Ah, bello, veramente bello… Senti Gigi, io forse potrei risolvere, almeno momentaneamente il tuo problema d’alloggio.- gli disse Longo, intanto che gli consegnava il quadro.

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E come? – disse Gigi poco interessato- sappi che non ho una lira.-

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No, niente soldi. Io ho uno chalet sopra Nicolosi, vicino al monastero dei benedettini, sai quel mezzo rudere immerso nel verde…-

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