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di quella menomazione: infatti era stato congedato dai carabinieri, aveva sposato Marinella e subito divorziato per incompatibilità di carattere: era diventato un uomo iroso e attaccabrighe, e si sfogava con l’innocente moglie. Viveva da solo, da sbandato e si guadagnava da vivere facendo il bidello di giorno e il gestore macchinette di giochi elettronici di notte E perché tanto accanimento nel lavoro? Ma per guadagnare i molti soldi per farsi la “bianca”, la cocaina, della quale era diventato dipendente fin dai tempi della Bosnia.

Caro Gigi, cosa avresti fatto se avessi saputo?

E Marinella? Eh, Marinella. Marinella non era più la Marinella che Gigi ricordava.

Erano passati soltanto tre anni, ma di quella splendida giovane figliola, non ne rimaneva che l’ombra. Giovanni e la guerra in Bosnia, l’avevano distrutta: ed era abbastanza presumibile che lei fosse l’unica vittima italiana di quella sporca vicenda.

Ella, in tutti quegli anni visse da sola, con un figlioletto appeso sempre al collo, dimagrita e dimessa, senza mezzi di sussistenza, (perse il lavoro di cassiera a causa di Giovanni); facendo qualche lavoro saltuario di pulizia nelle case di qualche vecchia signora del vicinato. E, spesso, anche quelle poche lire guadagnate glieli sottraeva Giovanni, che la veniva a supplicare di non abbandonarlo, che si sarebbe ucciso - un giorno o l’altro.

Poi, improvvisamente qualcosa si mosse: dietro interessamento dell’Associazione per l’Assistenza ai Tossicodipendenti e alle loro Famiglie, il cui Presidente Onorario era, nientemeno, il Barone Saturnino Barbera di Santacroce, ella trovò un lavoro stabile e decoroso presso lo studio del notaio Longo, in qualità di semplice donna delle pulizie. E fu la sua salvezza. La sua vita, fin dai primi giorni, assunse un aspetto più decente: finirono gli stenti e si mangiava tutti i giorni, il bimbo fu ammesso all’asilo nido comunale, e lei si poteva anche vestire un pochino meglio ( Giovanni permettendo).

E un giorno, appunto, facendo le pulizie nei locali e spolverando le cornici di alcuni quadri appesi in tutte le pareti dello studio, riconobbe dalla firma, i dipinti che Gigi regalò a Jano Longo: “ La Vendemmiatrice” e  “ Lo Chalet di Montagna”, messi in bella mostra proprio sopra la scrivania del notaio.

Ricordandosi improvvisamente del suo vecchio amico che non vedeva da molto tempo, dei giorni bellissimi trascorsi insieme e con Giovanni nella terrazza di Gigi, mentre questi insegnava loro l’arte del dipingere, delle interminabili discussioni sul pacifismo e sulle guerre assurde, degli scherzi che si facevano, delle risate, delle cene improvvisate in terrazza col famoso “Pane Cunzato”, le montò alla gola un nodo di commozione. Moto dell’anima che fu intravvisto dal notaio, che sopraggiunse proprio in quel momento.

-

Marinella? E che? Ti commuovi alla vista di questi capolavori? E brava, mi fa piacere, molto piacere.-

-

Dottore, mi scusi.- rispose Marinella imbarazzatissima, intanto che si accingeva ad uscire dalla stanza.

-

Aspetta, non andare via. Mi interessa il tuo giudizio, sai? Allora, quale di questi quadri ti piace di più e perché? – disse Longo, stupefatto dalle lacrime che vedeva sul viso della giovane donna.

-

Dottore, la pittura mi piace, i suoi quadri sono tutti belli, ma questi due mi hanno colpito particolarmente perché, oltre che bellissimi, sono di un pittore che io conosco…-

-

Gigi Maimone?-

-

Si, Gigi.-

-

E dove l’hai conosciuto? In una mostra?-

-

No, non sono posti che frequento. No, era mio vicino di casa, quando abitava col vecchio padre, don Alfio buonanima, a Canalicchio...Eravamo amici, ci conosceva fin da bambini… a me e a Giovanni.-

-

Giovanni?-

-

Il mio ex marito, dottore. E Gigi ci dava lezioni di pittura.

     Chissà dove sarà adesso il buon Gigi, dopo la morte del padre non l’ho più rivisto.-

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