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L’indomani fu subissato da telefonate di attivisti pacifisti, per avere la sua adesione per fare gli scudi umani in Serbia. Ma Gigi non ne volle sapere, anzi a Carlo Cirò, lieder riconosciuto del movimento, disse esplicitamente:

-

Carlo, non so più che cazzo fare! Sono confuso! Le notizie che possiedo provengono dai giornali e dalla T V, e in base a queste, non saprei che pesci pigliare. Chi ha torto, chi ha ragione? E’ giusto bombardare chi uccide e caccia via dalla sua terra un intero popolo? Ed è giusto bombardare un intero popolo perché qualcuno di loro uccide altre persone di altra etnia? No, è sbagliato l’uno e l’altro! Allora se sono sbagliate tutte e due le azioni, perché prendere parte per una sola di esse? No, amico mio, troppo ne ho sentito e visto – tramite i mass media – per non diventare un povero disincantato. Anzi sai cosa ti dico? Ti dico che finirà come in Bosnia,  si uccideranno l’un l’altro, e senza sapere perché si uccidono! Mi danno l’impressione di gente barbara, attaccata al concetto di razza, alla terra e a quello che essa rappresenta: non saprei se definirla Patria o rifugio, o privilegio. In una parola: sono tutti uguali quelli lì: oggi a te, domani a me! Si ammazzano tra di loro e tu puoi solo stare a guardare. Tanto se intervieni, a parte che puoi anche buscarli da tutti e due i contendenti, non appena volti le spalle, si pugnalano nuovamente.

Sai cosa penso? Penso con orrore, che sarebbe meglio farli scannare fra di loro: sono lupi.-

Carlo Cirò non gli rispose nemmeno: quelli erano discorsi di uno con gravi problemi psicologici allo stato avanzato, pensò, quindi riattaccò e fece un altro numero telefonico per contattare un altro pacifista.

Gigi, invece, restò attonito sulla sedia dove stava seduto. Gli occhi fissi, anzi sbarrati, lasciavano intravedere un animo dilaniato da atroci tormenti: cosa gli stava accadendo? Perché faceva quelle riflessioni, tutti quei ragionamenti che non si sarebbe sognato  mai – mai – di fare in altri tempi? Perché questo è certo: qualche anno addietro avrebbe preso il suo bravo sacco a pelo e via a fare l’eroe pacifista. Ma ora?

Che vita da schifo era ora la sua! La sentiva vuota, inutile. Ma valeva ancora la pena di viverla?

E la risposta gliela dette padre Luigi Casarsa, l’unico benedettino col quale conviveva nel convento:

Depressione!

Padre Casarsa era un buon  psicologo, anche se non esercitava, e per tutto il lungo soggiorno di Gigi presso il convento, egli  aveva avuto tempo e modo di  osservarlo attentamente, per cui aveva notato, specialmente negli ultimi tempi, il cambiamento d’umore di Gigi, la sua incipiente accidia, la scarsezza d’interessi, nonostante fosse un artista, e i suoi lunghi silenzi senza riflessione.

Ora, purtroppo, a conclusione e conferma dei suoi sospetti, avendo ascoltato quella telefonata con Carlo Cirò, si convinse che era giunto il momento d’intervenire in aiuto del povero Gigi. Quindi, con molta delicatezza, per non fargli credere che lo volesse confessare – Dio ce ne scampi e liberi – invitò Gigi, se lo voleva, a parlare dei suoi problemi esistenziali, incominciando da quelli amorosi per finire a quelli politici e sociali, e anche artistici, perchennò?

Non fu facile. Gigi, sempre sulla difensiva nei riguardi della religione, non ne voleva sapere di parlare; poi quelli erano problemi suoi, sosteneva, e che solo lui poteva portare a soluzione

-     E lì sta l’errore.- gli disse Casarsa.

-

Cosa ti importa monaco! - gli rispose Gigi -  Tu pensa alla tua anima, io penso a me e al mio spirito.-

-

E chi ti dice di fare diversamente? Io penso a me e tu pensi a te. Ma come ci pensi a te, meditando il suicidio?-

-

Ma che stronzate dici? Quandomai…- poi quasi si bloccò e guardando incuriosito il monaco disse candidamente - beh, qualche volta, lo ammetto.

-

Visto? Allora, cosa vogliamo fare? Stiamo tutti e due nel nostro piccolo mondo e mandiamo alla malora la tua vita?-

-

La mia vita è già in malora, monaco!-

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