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E sta bene. Ammettiamolo. Ma non si è ancora conclusa. Hai solo cinquant’anni e tanta vita, tanto amore e tanta arte davanti a te da far impallidire un monaco come me. Basta che riordini un poco le idee, onestamente, ma con tranquillità e rilassatezza.

Se lo desideri io posso aiutarti: esperienza ne ho da vendere e, sappi, che non voglio portare  acqua al mio mulino, non voglio convertirti, stanne certo! -

E, attraverso lunghe passeggiate per i sentieri della collinetta dove era stato costruito il convento, a contatto con la natura che si risvegliava, col silenzio che li circondava, con i stupendi panorami che si susseguivano, padre Casarsa, si conquistò la fiducia dell’amico gradatamente, con delicatezza e circospezione, e lo indusse a parlare e sfogare. E Gigi, perduta l’iniziale diffidenza, per liberarsi l’animo e il cervello intasati da tanti “veleni”( veri o presunti), gli parlò con tutta sincerità di tutto, senza nascondergli nulla: pure di Adelina che era stato sempre un argomento tabù. E, sia pure lentamente, l’animo dell’uomo si andava rasserenando.

Intanto il conflitto del Kossovo terminò. Le distruzioni furono molte, ma i morti, fortunatamente pochini. Meglio così.

Poi il dopoconflitto dette ragione a Gigi, perché avvennero le uccisioni per vendetta, questa volta da parte dei kossovari. E va bene, era previsto e già digerito. Quindi stomaco vuoto? Spirito vuoto? Coscienza purificata? Forse catarsi? Magnifico, si procedeva benissimo, pensò il monaco psicologo. Passiamo all’altra fase: riimmetterlo nella società. Deve uscire dal convento.

Fu allora che Gigi, autonomamente, sentendosi più forte, decise di riprendere contatto con la società – con la quale si era estraniato con disgusto – e, in perfetto accordo col monaco, decise di provarci con la scusa di fare compere di vettovaglie, ma col sottinteso proposito di riprendere contatto, gradatamente, con la gente, col popolo, con le persone come lui. E scese in città.

In città una sensazione nuova lo pervase: egli si sentiva quasi alieno da quei luoghi che lo circondavano, dei palazzi che lo sovrastavano, dalle strade che percorreva. Era come se fosse tornato lì, dopo un lunghissimo viaggio, e con sorpresa rivedeva posti e costruzioni già conosciuti, ma che ora avevano un particolare aspetto. Diversi, potrebbe dirsi. Se non avesse saputo che di diverso c’era soltanto lui.

Gironzolò per le vie per qualche ora, seguendo i consigli di Casarsa: osservando pazientemente la gente indaffarata; i vecchi seduti nelle panche della Villa, sfaccendati, innocenti e offesi; le coppiette nei viali del giardino pubblico, incuranti di lui e di tutti. Guardò le vetrine dei negozi senza sorriso; si ciondolò nella piazza dell’Elefante, imitando dei turisti; si annoiò poi si stancò. Pensò: basterà al monaco - o a me? e quindi si recò a fare le compere previste.

Entrò in un supermercato, prese il carrello e gironzolò per i reparti prendendo dagli scaffali ricolmi, quasi a casaccio, ciò che credeva servisse in convento. Quando arrivò al reparto carni ebbe un attimo di esitazione, che si mutò in incertezza, e quindi in perplessità: non sapeva scegliere quali carni acquistare. Ma una gentile ragazza, impiegata del supermercato, gli si affiancò e si offrì d’aiutarlo nella scelta.

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E’ semplice, signore – diceva l’impiegata con voce professionale – lei deve dirmi solo come intende cucinarla, al resto penso io nel consigliarla.-

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Sa, in convento non cucino io, cucina padre Casarsa. Non saprei…-

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Ma lei è un monaco?- chiese la ragazza sbalordita.

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No, Non sono monaco, ma sono ospite di un convento.-

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Beh, mi pareva strano, un monaco…come lei.-

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Come me? Perché?-

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Perché non ne ha l’aspetto… ha l’aria di uno studioso, o di un artista.-

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E ci ha azzeccato.-

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Studioso?-

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No, artista.-

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Pittore?

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Naturale.-

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Piacere, io mi chiamo Gina.-

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