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minuto, un secondo, l’Eternità; poi il carosello di colori riprende con maggior vigore. E Gigi si riavvolge su se stesso, inciampa, cade, faticosamente tenta di rialzarsi, ma sembra incollato, schiacciato al suolo. Sta per urlare, quando alza gli occhi e vede: vede una girandola rossa, che si muta in verde, che cambia in giallo per fissarsi nel volto di Saturnino- Cristo Gesù, avvolto in un alone di misterioso bianco traslucido che parla senza profferire parola, che gesticola senza muoversi, che cammina restando immobile, che guarda senza guardare, che sorride senza sorriso. Gigi,  riscoprendo e ritrovando un briciolo nascosto, chissà dove, di energia, tende la mano, e finalmente, riesce ad alzarsi. E guarda estasiato quella figura che è evanescente e imponente, che ricompare e scompare, ma dai suoi occhi, non dalla sua mente, dentro la quale si forma, s’ingrandisce, si dilata, si espande fino a fare esplodere il suo cervello. Un getto di coriandoli invade la chiesa: tutti gli archi ne sono cosparsi, e si forma un vortice, che lentamente si esaurisce, e impregna, pervade, s’insinua in tutta la chiesa, fino a calmarsi, a decantare, a fermarsi. Gigi non potrà vederlo, ma quel vortice ha formato due figure strane, inusitate, inattese, ma belle e innocenti, e hanno le sembianze di Giovanni e Marinella, ma sono tratti tremuli, perlacei, spumeggianti, che ondeggiando e dondolando, si uniscono in una sola figura: un Albero, grande, frondoso, tondeggiante, verde,  polposo, succoso,  intensamente odoroso, che si fissa sopra il portale d’ingresso. Un coro angelico protesta e quindi il grande albero fluttua come un miraggio, si stacca dalla parete e si pianta sul pavimento con un fragore di temporale estivo e si ferma, stormiscono le sue foglie e rievocano il nulla sotto il quale sta seduto Carlo Cirò, come un Buddha, che con quell’aria ispirata cerca, invano, di interrogare il luogo, di riconoscere il fatto, di sollecitare l’evento. Ma le risposte, che a pioggia d’argento vivo cadono su di lui, sono molteplici e contrastanti e cacofoniche, non danno respiro e incalzano Ciro, che fiuta l’aria e faticosamente si alza. Dondola su se stesso per il peso del suo enorme corpo che cresce a dismisura; il dondolio si fa altalena e Carlo Cirò vi volteggia sopra come su di una rosea nuvola; e intanto girando su se stesso e diventa pendolo: un enorme pendolo di bronzo che punteggia, scandisce, s’impiglia, si autoconfonde e, quindi, si capovolge e precipita vertiginosamente in una profonda gola vermiglia: poi lo schianto e la rovina: giù, tutto giù, tutto cade e si sparpaglia, si scompiglia, si scompone e si ricompone quindi furiosamente - con Carlo, che frattanto, inalando aria o forse nulla, scoppia; e dal suo ventre escono migliaia di soldatini di piombo che, con grandi ramazze in mano, tentano di cancellare i dipinti della chiesa. Ma, non si sa da dove - se dalla bocca, dal cervello, dalle viscere, dall’anima o dal ricordo di Gigi - giunge un forte grido, quasi un inumano urlo, lungo, acuto, straziante, misterioso che percuote il cielo bronzeo; per poi precipitare e infrangersi, come un’eco, negli invisibili o improbabili timpani d’ascoltatore lontanissimo: e immobilizza tutto, soldatini, ramazze e anche il Tempo. Quindi si ode un canto di fanciullo, che diventa pian piano musica di flauto dolcissima, delicata, lieve, carezzevole, sussurrata come da un impalpabile soffio. Poi ancora silenzio, pace, amore, solitudine, bellezza, armonia; e l’Albero, prima solo idea, riappare in tutta la sua splendida maestosa gratificante figura, risplendente al sole, là, in alto, al centro della grande chiesa - ormai tutta affrescata con colori vivi e morbidi che riecheggiano mondi, stelle, galassie, comete, e l’Etna Madre Terra, dal cui ventre sgorgano boschi, montagne, mari, fiori e frutti, con Casarsa - Dio creatore onnipresente e compiaciuto - mentre una frescura, emanata dalle sue radici, e la luce delle sue fronde, sempre più rassomiglianti al volto di Saturnino- Cristo, incredulo, angustiato e dolente - percorrono l’aria e avvolgono l’Infinito.

S’allargano i colori e i suoni, e si ricompone Gigi, o la sua ombra, che appare seduto sul freddo pavimento della chiesa e gioca a dati con una alata figura, che ha le sembianze fumose di Costantino Catania, parcheggiatore con i gradi di Tenente Colonnello nella giubba e di Colonnello nel berretto; il quale vince sempre, sempre e sempre. Gigi perde e perde, perde tutto, e si agita, si irrita, poi, prendendo dalla tasca la sua Arte, sotto forma dei sette vizi capitali, la sbatte violentemente per terra, come posta in gioco. Il Colonnello parcheggiatore, figura alata, annuisce affermativamente, si fruga nelle improbabili tasche della giacca militare, e estrae la Vita, che mette come posta; quindi, presi i dati, li getta: nove! Ora è la volta di Gigi, che li artiglia e li agita vigorosamente; poi sfinito, li lascia cadere lentamente sul lastricato e fa soltanto due! Esultate, ha

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