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dirigenti e allievi in massa, dei miei sforzi creativi e dell’impegno dei loro allievi e colleghi, non interessava proprio nulla di nulla e niente di niente.-

-    L’hai già accennato, e sono d’accordo con te: sono stati dei miserabili.- disse Gigi serio in volto.

-

Grazie. – rispose Gino gratificando Gigi di uno sguardo accondiscendente, ma poi riprese con più vigore- Che rabbia, Gigi, che rabbia…-

-

Non ci pensare più, Gino, lasciali perdere, non meritano la tua collera.-

-

Ti ringrazio e chiudo l’argomento. Però c’è un’altra questione, mia personalissima.-

-

Quale?-

-

Questa: - e Gino fece un gesto decisamente teatrale: roteò la mano destra e la porse di piatto a Gigi – Pensa un po’ e non commiserami, se puoi: quello poteva essere l’assaggio dello spettacolo che avevo sognato di fare - da sempre: Poesia e musica classica, alleati, più le luci. Ah Dio che spettacolo avrei messo su. Certamente e tu lo saprai, che sono stato uno dei primi - se non il primo - quindici anni fa, a concepire uno spettacolo simile? E sai anche come faccio “ballare” le luci- hai lavorato con me, no?-

-

Meravigliosamente.- disse Gigi sdraiandosi nella spalliera della poltroncina.

-

Perciò, capisci, quindi, quale grande sfida volevo lanciare al mondo: portare al grosso pubblico la buona poesia e la grande musica, in una perfetta simbiosi tra voci recitanti, strumenti armonici e “danze “ di luce, sui palcoscenici o sulle pedane dei teatri e della sale di concerto di tutta Italia? E tu avresti creato le scene.-

-

Favoloso…- disse Gigi, incantato dall’esposizione calorosa del regista, il quale, aiutato dalla mimica, quasi riusciva a fargli intravvedere, di già, lo spettacolo bello e pronto.

-

Favoloso! Hai detto bene! Ma, purtroppo, non mi è riuscito - mai - d’attuarlo durante la mia attività professionale, perchè - insomma si deve pur mangiare – e il mio impegno di lavoro era rivolto alla Lirica; che, tra parentesi, potrebbe prestarsi ad eccezionali messe in scena soltanto se si volessero rimuovere certi luoghi comuni. Va bene. Chiuso.

Ora, capisci, approfittando del mio servizio di volontariato in quella Università, trovandovi “teste” diverse, forse avrei potuto collaudare perbenino la bontà dell’idea, perddio avrei potuto!-

-

Naturalmente. Ed eri anche favorito, e bisogna ammetterlo, da quel pomposo discorso   inaugurale del Presidente.- disse Gigi, convinto di ciò che diceva.

-

Difatti quella sarebbe stata una prova – tu l’avresti chiamata: prova d’autore - ma, purtroppo, come sai, è andata buca.-

-   Mi dispiace, Gino…-

-

Grazie Gigi. Ma senti, senti, ancora non ho finito con la vergogna: non appena fu conclusa la rappresentazione, l’ultimo brano, immagina un po’, era “Donna de Paradiso” - declamato mentre giù’, per strada, un camion strombazzava per avere via libera, e le finestre, per il caldo, erano state aperte - sale sul palchetto un tizio che si mette a cantare: “Ohi Marì”.-

Ora quell’Università si chiama Unitre, ma è soprattutto un centro d’incontri, per socializzare, con la scusa della cultura. E cosa c’è di male? Nulla! Ma allora ditelo prima, no?

Uno dei componenti del Direttivo dell’Unitre, era il vulcanico Barone Saturnino Barbera di Montecroce, il quale circuì il nostro pittore, lo blandì, lo convinse a aderire ad una delle sue Associazioni - da lui fondate e dirette - e precisamente a quella che si proponeva, come statuto, di restituire ai benedettini un certo monastero diroccato alle pendici dell’Etna. Ma, sappiate che,  nell’immenso e accogliente cuore del Barbera, c’era posto anche per l’Associazione per l’assistenza domiciliare agli ammalati terminali e no; quella per i figli dei carcerati, quella che si occupava degli extracomunitari, e, il suo fiore all’occhiello, una Reale associazione di certi cavalieri di un certo ordine cavalleresco, riesumato e scovato dal diabolico Barone, chissà dove. Infine egli presiedeva il comitato del ballo annuale delle debuttanti, nel quale inserì Gigi, d’autorità: cioè – disse- per meriti acquisiti.

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