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di Saruman, esercito della dittatura), l'immancabile Kurosawa, una spruzzata della celebre tragedia scozzese di Shakespeare. Ma soprattutto c'è il cinema-cinema, quello che ti rapisce dalla poltrona e, via via, t'immerge sempre più a fondo nel combattimento grazie alla magia della macchina da presa, alle sue evoluzioni, al suo potere occulto di farti identificare con ciò che stai vedendo. Magia bianca, buona medicina, di cui Jackson ci fa dono

senza avarizia. Roberto Nepoti, gennaio 2003

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C’è un palazzo reale, e la mente di un grande re, che sono come consumati e immobilizzati dalla voce melliflua di un consigliere cattivo e insinuante che ha le labbra sottili, i capelli lunghi e unti e il fascino ambiguo di Riccardo di Gloucester nella sua sanguinosa ascesa al trono. C’è una landa acquitrinosa nella quale nessuno osa addentrarsi,

perché è cosparsa di monti che traspaiono a fior d’acqua e che tentano di tirare giù i vivi con la forza magnetica del loro sguardo. C’è un bosco che marcia contro una torre per distruggere il signore del Male che la abita. Sono tre momenti di , la seconda parte della trilogia diretta da Peter Jackson: rispettivamente, il castello di Rohan dove re Théoden soggiace all’incantesimo in cui lo imprigiona Saruman attraverso il consigliere Grima Vermilinguo: l’attraversamento delle Paludi Morte, dove Frodo sta per annegare e viene salvato da Sam e da Gollum: l’assalto da parte di Barbalbero e degli altri Ent alla torre di Isengard dove Saruman fabbrica le sue armate mostruose. Ma sono anche, come altri momenti della saga di Tolkien e del film di Jackson, rimandi a una cultura

classica e preziosa: foresta di Birnam del

di

e la

Shakespeare (che nutriva le sue opere anche di suggestioni celtiche) e la fascinazione dei Preraffaefliti per l’annegamento, che comunque

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