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BOZZA INCOMPLETA - page 35 / 82

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La teoria base è che fine dell’impresa sia la massimizzazione del profitto o meglio del profitto atteso nel medio termine. Si sostiene però che più esattamente il fine di chi gestisce un’impresa è massimizzare la propria utilità, funzione sia dei profitti sia di altre grandezze quali la soddisfazione per il tempo libero e i relativi interessi, l’immagine che l’imprenditore vuole proiettare di sé (utile componente della società, individuo di successo, attento alle questioni sociali) e simili obiettivi non economici in senso stretto 14. Hanno peso anche aspetti economici diversi dalla massimizzazione del profitto pur proiettato su di un arco temporale sufficientemente lungo: un esempio è il mantenimento di quote di mercato: lo si può leggere come un elemento che tende a far durare il profitto, ma riveste alcuni aspetti di capacità decisionale dell’azienda che vanno aldilà della massimizzazione del profitto. Oggi si tende a formulare questi concetti con l’espressione “creare valore per gli azionisti”. Una delle forme più dirette  e concrete di creare valori per gli azionisti è quella di far aumentare il valore delle azioni in modo da generare la possibilità di guadagni sul capitale (capital gain).

Se si vuole approfondire il fine dell’impresa nel caso delle grandi aziende occorre innanzitutto tenere presente  che le decisioni le prendono non un singolo imprenditore (figura che non esiste in quelle aziende) ma un insieme di dirigenti di diverso livello con vario potere decisionale. Più in generale si deve dunque tener presente che il controllo dell’impresa (i dirigenti) non coincide necessariamente con la proprietà (gli azionisti).  Il ruolo competitivo e gli interessi divergenti dei dirigenti possono dar luogo per esempio a conflitti interni all'azienda fra singoli o fra divisioni della stessa.

Secondo la visione di Herbert Simon (premio Nobel per l’economia) l’impresa tende a realizzare non un profitto massimo, ma un profitto soddisfacente cioè al di sopra di un livello prefissato come accettabile: essendo difficile e poco realistico per la complessità delle variabili e dei fenomeni in gioco la ricerca del massimo si procede a una verifica che il risultato sia accettabile in quanto superiore al minimo prefissato. Naturalmente il problema si sposta verso quello di definire quale debba essere il profitto minimo accettabile e soprattutto come questo vari al variare delle condizioni al contorno

A parere di William Baumol l’impresa cerca di massimizzare le vendite totali più che i propri profitti, sia perché molti analisti concentrano l’attenzione sulle quote di mercato sia perché le retribuzioni dei dirigenti sono correlate più spesso all’andamento delle vendite che a quello dei profitti; in tale situazione l’esistenza di un profitto diventa un vincolo alla dinamica delle vendite.

Secondo John Kennet Galbraith la grande impresa è condizionata dalla tecnostruttura (composta non solo dai massimi dirigenti, ma anche dai tecnici di alto livello) che ha come fine la propria sopravvivenza ed autonomia: ne deriva la scelta di privilegiare la programmazione e la stabilità evitando il rischio e di perseguire crescita e innovazione tecnologica.

FLESSIBILIZZAZIONE

Elevata dinamica dei mercati Costi fissi costi variabili Outsourcing Lean production. Rete Globalizzazione.

La sopravvivenza delle imprese impone loro di disfarsi della proprietà: venduto immobili, ridotto scorte, noleggiato attrezzature produttive, terziarizzato proprie attività.

Forse invece di parlare di produttori e consumatori dovremmo parlare più propriamente di fornitori ed utenti (meglio ancora clienti). Tra produttori non più semplici transazioni, ma accordi strategici per mettere in comune risorse.

14 Alcuni sostengono la tesi che a voler essere molto realistici anche questi valori sono mossi da obiettivi di carattere economico differiti o indiretti.

18/11/2002

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