X hits on this document

84 views

0 shares

0 downloads

0 comments

6 / 32

Vita

Nella nostra Costituzione non esiste una norma che esplicitamente tutela il diritto alla vita; questo non significa che la vita non sia specificamente protetta dall'ordinamento giuridico.

L'art. 27 Cost. non ammette la pena di morte. Lo stesso divieto è stabilito dall'art. 2 della Carta di Nizza ed è quindi destinato a diventare norma costituzionale dell'Unione europea. Il codice di procedura penale non consente l'estradizione nell'ipotesi in cui il soggetto sarebbe sottoposto, nel paese richiedente, alla pena capitale. Il codice penale condanna l'omicidio, anche del consenziente.

Il diritto alla vita è inviolabile nel senso che non è consentito ad altri di porre fine all'esistenza di una persona, neanche con il suo consenso. In Italia la pratica dell'eutanasia, ammessa in altri ordinamenti, è punita quale omicidio del consenziente.

La vita non rappresenta un bene indisponibile per il titolare del diritto quando è egli stesso ad esercitare l'atto di disposizione. La persona, volontariamente e coscientemente, può non tutelare la propria vita (rinunciando ad esempio alle cure mediche) o porvi fine (suicidio). In questi casi l'ordinamento non sanziona il comportamento dell'autore dell'atto (neppure nell'ipotesi del tentato suicidio), mentre punisce chi partecipa al suo compimento.

Il diritto alla vita si acquista nel momento in cui si nasce, ossia nel momento in cui si acquista la capacità giuridica.

Suicidio ed eutanasia

Il suicidio non è sanzionato nel nostro ordinamento. Il principio sottostante a questa regola è quello della libertà della persona (art. 13 Cost.); sullo stesso principio si fonda il riconoscimento del potere del singolo di rifiutare le cure mediche non ostacolando la naturale evoluzione di una malattia letale.

La ammissibilità del suicidio e del rifiuto di cure non significa però che sia consentita l'eutanasia, cioè l'attività volta a facilitare o a indurre la morte di una persona che desidera porre termine alla propria vita in maniera serena e indolore. L'art. 579 c.p. infatti considera reato l'omicidio del consenziente.

Si distingue la c.d. eutanasia passiva, che consiste nel cessare o nell'omettere le attività terapeutiche che possono prolungare la vita del malato (allo stadio terminale), dalla eutanasia attiva, definita anche omicidio pietoso, che consiste nel provocare in maniera indolore il decesso della persona assecondando il suo desiderio di evitare sofferenze ovvero l'imminente degradazione fisica e psichica e di morire con dignità.

L'eutanasia presuppone la volontà del soggetto, non in grado di farlo personalmente, di porre termine alla propria esistenza. In caso contrario si è di fronte a un vero e proprio omicidio, compiuto a volte per inammissibili finalità eugenetiche o per motivazioni di carattere economico riferite all'esigenza di non destinare risorse a favore di malati senza speranza di guarigione che non rappresentano più alcuna utilità.

In determinati casi è difficile o impossibile per la persona (magari in stato di incoscienza) esprimere la propria volontà; in queste ipotesi la decisione compete a coloro che assistono il soggetto. Per essi nel silenzio (forzato) dell'interessato si pone il dilemma della prosecuzione del trattamento medico o dell'interruzione delle cure in conformità con una scelta implicita o ipotetica della persona.

In Europa l'unico ordinamento che in presenza di determinati presupposti consente l'eutanasia è quello olandese, che nella l. 137/2001 ha previsto che il medico possa effettuare il suicidio assistito (dando assistenza alla persona o procurandole i mezzi per porre fine alla propria esistenza) qualora vi sia la volontà chiara e ben ponderata del soggetto, convinto che non vi sia altra ragionevole soluzione, preventivamente informato dal medico sulla situazione clinica e sulle sue prospettive. È necessario inoltre che il medico sia persuaso che le sofferenze del malato siano incurabili e non altrimenti ovviabili, e che vi sia la consulenza di almeno un altro medico che deve aver visitato il paziente e fornito un parere scritto. Si consente di non tener conto della impossibilità di esprimere la propria volontà derivante dalla malattia, qualora in precedenza la persona, capace di intendere e di volere e di apprezzare i propri interessi, abbia manifestato per iscritto la volontà di essere assistita nel suicidio. La legge dà rilevanza anche alla richiesta di soggetti minori (ultradodicenni) manifestata con ragionevole consapevolezza: è necessario il coinvolgimento dei genitori o del rappresentante legale (per chi ha un'età tra i 16 e 18 anni) o il loro consenso (per chi ha un'età tra i 12 e i 16 anni).

Capacità giuridica

Document info
Document views84
Page views84
Page last viewedFri Dec 09 12:33:36 UTC 2016
Pages32
Paragraphs468
Words17983

Comments