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Fibrosi epatica e sua determinazione con elastometria epatica (Fibroscan): - page 3 / 13

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Nonostante le nostre conoscenze di base siano migliorate negli ultimi anni, è opinione largamente condivisa che i meccanismi fisiopatologici attraverso cui viene indotta la fibrosi epatica siano solo in parte conosciuti. La complessità della fibrogenesi e l’alto numero di citochine coinvolte implicano che polimorfismi genetici possano influenzare non solo la fibrogenesi ma anche la fibrolisi. Diverse questioni restano pertanto sul tappeto e meritano di essere approfondite, fra queste la più importante è la comprensione dei meccanismi che sono alla base della diversa velocità di progressione del danno fibrotico al di là della diversa eziologia di malattia e se questi stessi meccanismi interferiscano in qualche modo con la variabile risposta alla terapia. Avere a disposizione un semplice metodo non invasivo di valutazione della fibrosi che risulti accurato e ripetibile potrà contribuire la raggiungimento di alcuni di questi obiettivi.

La biopsia epatica e i suoi limiti

Per 60 anni la biopsia epatica ha rappresentato l’unico strumento per diagnosticare e stadiare la malattia cronica di fegato e oggi rappresenta il “gold standard” con il quale le metodiche non invasive emergenti devono confrontarsi. Tuttavia essa è procedura invasiva e costosa che può risultare dolorosa ed indurre, sebbene raramente, complicanze potenzialmente fatali. Per queste ragioni alcuni pazienti sono riluttanti a sottoporsi a biopsia e ciò può scoraggiarli ad iniziare la terapia. Inoltre la biopsia epatica presenta alcune limitazioni come l’errore di campionamento e la variabilità di interpretazione. Un tipico campione bioptico di 1.5 cm rappresenta 1/50.000 parti di fegato e talora esso è ancor meno rappresentativo in presenza di cirrosi.

Grazie a modelli computerizzati è stato stimato che un campione bioptico di 2.5 cm dà una percentuale di errore del 25% che sale al 35% se il frustolo epatico è di 1.5 cm.

Per evitare  l’errore di campionamento bisognerebbe prelevare frustoli più grandi e il risultato ottimale verrebbe raggiunto con un campione di 4 cm, ma ovviamente ciò non è sempre facilmente realizzabile. Peraltro anche quando la manovra è eseguita da un operatore esperto solo il 16% dei campioni ha una lunghezza > 2.5 cm e perché il campione risulti davvero significativo è essenziale che non sia frammentato. Inoltre la manovra bioptica non può comunque superare il limite rappresentato dalla ineguale distribuzione della fibrosi.

L’errore di campionamento coinvolge sia lo staging, usualmente inaccurato che il grading necroinfiammatorio usualmente sottostimato. Studi autoptici e laparoscopici di confronto indicano che la biopsia sottostima la cirrosi nel 10-30% dei casi, a seconda del tipo di ago utilizzato e delle dimensioni del frustolo prelevato.

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