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Per la grande maggioranza degli ancora attivi infatti la vita dopo il ritiro dal lavoro sarà peggiore (60%). Questo sicuramente dipende dalla valenza fortemente positiva che si tende a dare alla vita attiva, nei termini anche di un’identificazione precisa all’interno di un ruolo sociale, qual è quello lavorativo, che procura gratificazione per la persona e per la sua famiglia e che risulta socialmente utile per la società nel suo complesso. Bisogna poi anche dire che tale attaccamento ai valori dell’utilità e dell’attività, offerti dal lavoro remunerato, possono essere ulteriormente enfatizzati in persone che, anche in età avanzata, continuano a lavorare.

La negatività con cui si guarda al futuro del pensionamento può dipendere in qualche misura anche dalla paura del cambiamento di un ordine costituito, dovuta al costoso processo di reidentificazione in ruoli sociali nuovi e ancora non sperimentati, che dovranno trasformare completamente i ritmi e le abitudini di vita di un individuo (l’impiego del tempo liberato dal lavoro, il recupero di nuovi spazi fisici, il venir meno dei vecchi rapporti interpersonali in ambito lavorativo e la costruzione di nuovi).

Per prima cosa, agli anziani che sono attualmente ancora occupati, mancherà, una volta ritirati dal lavoro, il maggior guadagno (31%); e questo è plausibile se pensiamo che la maggior parte di loro svolge un lavoro di tipo autonomo, il quale oltre a dare una maggiore gratificazione personale, quanto ad autonomia decisionale e di organizzazione del lavoro, molto spesso, rispetto al lavoro dipendente, offre in molti casi anche una maggiore gratificazione di tipo economico.

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