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Dai nostri intervistati si capisce come i valori trasmessi dai genitori siano in particolare l’onestà e la voglia di lavorare.

Il ruolo della famiglia in quanto elemento di socializzazione all’etica del lavoro è presente nella quasi totalità dei racconti. Angela, l’artigiana tessile nata a Cantagallo sessantasette anni fa e che già a dodici anni era a scegliere i cenci, sintetizza bene la situazione quando fa una breve rassegna dei valori più importanti che le hanno trasmesso i genitori: “…l’onestà prima di tutto, l’onestà… e la voglia di lavorare… anche troppa, se me ne avevano fatta venir meno gli era meglio...”

E in effetti il lavoro è un’esperienza che già caratterizza la vita fin da quando si è piccoli. La precocità dell’esperienza lavorativa è tipica dei figli delle famiglie di mezzadri, come dice Fiorella “…a contadino, appena che si cammina. Si dovea incomincia’ a anda’ dietro alle bestie… e quel che si po’. Glie dico che la mi’ poera mamma, per farmi far la pasta  […] mi mettea un panchetto sotto i piedi, ché non ci arrivavo”.

Il lavoro in età infantile riguarda anche gli altri mestieri più cittadini, come ci raccontano Leandro: “…in bicicletta con il babbo, in tempo di guerra andavo a fare il pane, impastavo con i piedi perché un c’era la corrente elettrica, sicché ho cominciato presto: bambino ero, in tempo di guerra quindi...” e Libero: “Ho iniziato a lavorare a undici anni. Io andavo a scuola mezza giornata e poi andavo a fare il garzone da un sarto per avere la mancia perché io avevo il vizio di fregare i soldi al mi’ babbo”.

L’esperienza scolastica, anche se limitata nella maggior parte dei casi agli anni delle elementari, viene ricordata come preziosa e gratificante. Emergono spesso un grande amore per lo studio e i sacrifici che si fanno per poterlo sostenere: si va a scuola e nello stesso tempo si lavora per aiutare in casa, come fa Arrigo, e si percorrono chilometri a piedi tutte le mattine per raggiungere la scuola, come ci viene raccontato da Brunilde e da Ottavia. Rodolfo ad un certo punto è costretto a rinunciare alla scuola, nonostante la sua naturale predisposizione allo studio: “Il fatto è che ero il più grande della famiglia io. Avevo dodici anni, tredici ed eran tutti più piccoli quelli che eran con me. Perché anche il mio babbo era il maggiore e si era sposato prima, sicché ero il maggiore anche fra cugini. E c’era da fare in casa. Quando tornavo da scuola c’era sempre d’anda’ nel campo, c’è d’anda’ qui, c’è da anda’ là …E un po’ sono stato anche sacrificato, perché se mi avessero obbligato allora avrei continuato. E poi era anche scomoda la scuola

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