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conseguenza sono notevoli i loro investimenti in beni voluttuari (dall’abbigliamento, alla palestra, ai dermocomestici, fino alla chirurgia estetica) e le spese ricreative e di viaggio. L’ultima categoria è quella, meno nutrita, dei “benestanti infelici”: sono gli anziani che percepiscono redditi elevati e detentori di patrimoni medio-grandi; non più attivi, vivono soli, senza vere amicizie e sono privi di interessi personali e di attività che possano dare un senso alla loro esistenza.

La stereotipizzazione della terza età dipende in larga parte dal tipo di costruzione sociale della vecchiaia. Il processo di invecchiamento influenza la dinamica dei ruoli e dell’appartenenza sociale. Su questi aspetti influisce anche il condizionamento derivante dalle azioni di esclusone sviluppati dall’organizzazione sociale per mantenere e riprodurre i propri modelli culturali. In questo modo l’età, pur non essendo un ruolo, diventa fattore di aggregazione e riferimento di appartenenza31.

L’invecchiare è anche e soprattutto un processo individuale e quindi quello della terza età è un universo attraversato da percorsi di vita individualizzati. Infatti, “ciò che concorre a definire la vita delle persone si rivela un intricato e inestricabile gioco di variabili che vanno dalle appartenenze di classe e di genere, all’educazione familiare ricevuta (in quel tempo e in quella famiglia), ai progetti (potenziali e praticati) individuali e del gruppo sociale d’appartenenza, dagli eventi casuali alle dinamiche inconsce”32.

Una prima differenza riguarda i generi33. Le donne godono di una maggiore longevità rispetto agli uomini e si differenziano da questi dal punto di vista dell’istruzione, dei contesti familiari in cui sono inserite e delle condizioni di vita. Meno degli uomini hanno usufruito del boom economico e tra loro è relativamente più alta la quota di persone senza titolo di studio o con la licenza elementare. La maggiore longevità

31 Come osserva Renzo Scortegagna, il risultato di questa stereotipizzazione degli individui anziani è che “la società non riconosce più le persone come dirigenti, casalinghe, operai, professioniste, ecc., ma le omogeneizza in una nuova categoria, che chiama vecchiaia, la categoria sociale dei vecchi”. R. Scortegagna, Invecchiare, Il Mulino, Bologna, 1999, pag. 48.

32 S. Tramma, I nuovi anziani. Storia, memoria e formazione nell’Italia del grande cambiamento, Meltemi, Roma, 2003, pag. 80.

33 Non sono molti gli studi che si concentrano sulla componente femminile della popolazione anziana. Possiamo comunque ricordare: Università di Pisa, Essere anziani e donne nella Provincia di Massa-Carrara, Novembre 2000. Si veda anche lo studio monografico Costanti e variabili nella donna in età senile in appendice al testo di M. Allario, I “nuovi anziani”: interessi e aspettative, F. Angeli, Milano, 2003.

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